SULL’ALLUVIONE DI GENOVA, L’EDITORIALE DI MASSIMO GRAMELLINI


alluvione 1

Per quanto riguarda l’alluvione di Genova, vi lascio un editoriale di Massimo Gramellini, vice direttore de “La Stampa”, che ieri ha rilasciato in diretta su raitre a “Che Fuori Tempo Che Fa”. Parole che fanno riflettere:

Il Sindaco era a teatro, il numero della protezione civile non ha funzionato e l’allarme è stato dato dopo l’alluvione. In Italia a ogni tragedia si ripete sempre l’8 settembre. Cioè, ognuno va per i fatti suoi nel vuoto dello Stato e in un alternarsi di fallimenti collettivi ed eroismi individuali. Come quel Vigile Urbano che due ore prima dell’alluvione, di sua iniziativa (sembra che nessuno glielo avesse detto), girava da solo per le strade di un quartiere di Genova e suonava i citofoni per consigliare a tutti di non uscire di casa.

Ecco, dopo l’alluvione di Genova, la quarta in mezzo secolo, l’ennesimo disastro prevedibile che ha colto la patria degli “Schettini” di sorpresa, viene da chiedersi se più che di uno “Sblocca-Italia”, il decreto che sta preparando Renzi, questo Paese non avrebbe bisogno di un “Rattoppa-Italia”.

Cioè, se più che scaricare sul territorio martoriato altre tonnellate di cemento, non servirebbe invece bonificare, riparare, consolidare tutto quello che c’è già. Nel farlo, però, andrebbe definitivamente impedita la pratica tutta italiana delle ditte che perdono l’appalto e immediatamente dopo fanno ricorso contro chi lo ha vinto, bloccando il cantiere per anni, come è successo a Genova.

Questo è un Paese, l’Italia, dove su cento persone che lavorano, trenta cercano di fare le cose, e le altre settanta cercano di impedirle. Per dirla con uno di quei giochini di parole che fanno la gioia del nostro Presidente del Consiglio, “non è possibile che i TAR blocchino sempre i TIR”, cioè che la burocrazia ostacoli qualsiasi iniziativa, pubblica o privata, salvo poi chiudere entrambi gli occhi nelle Terre di Mafia, dove gli appalti seguono evidentemente logiche più sbrigative.

Non è possibile che ci si accapigli su chi doveva lanciare l’allarme, e a che ora lo ha veramente lanciato, quando sono anni che gli abitanti di Genova lanciano l’allarme sull’incuria dei loro torrenti, e nessuno li ha mai ascoltati, confidando nel solito stellone. Ma soprattutto non è possibile che la colpa sia sempre di qualcun altro, e mai di chi ne condivide la responsabilità. E non è possibile che nessuno di costoro abbia l’umiltà, per una volta, di abbassare la testa e di chiederci scusa.

Di questo editoriale mi colpiscono soprattutto queste parole, una domanda a cui lascio a voi un commento: “dopo l’alluvione di Genova, la quarta in mezzo secolo (…) viene da chiedersi se più che di uno “Sblocca-Italia”, il decreto che sta preparando Renzi, questo Paese non avrebbe bisogno di un “Rattoppa-Italia”. Cioè, se più che scaricare sul territorio martoriato altre tonnellate di cemento, non servirebbe invece bonificare, riparare, consolidare tutto quello che c’è già”.

GENOVA RIVIVE L’INCUBO DI TRE ANNI FA


alluvione 1

E’ successo ancora. Genova ancora una volta subisce un’alluvione a causa delle piogge. E si muore ancora. Tre anni fa l’alluvione ha provocato sei morti, stavolta uno. Un uomo di 57 anni ha perso la vita. Sono esondati il Bisagno, il Fereggiano e lo Sturla, ed è deragliato un treno, ferito il macchinista. E’ successo tutto poco dopo le 23 di ieri. In pochi minuti l’acqua ha raggiunto il centro della città. Come tre anni fa. Le auto sono state trascinate, e molte sono accatastate l’una sopra l’altra. Il livello dell’acqua ha raggiunto i due metri in diverse parti della città. Numerose le case e i negozi allagati. La popolazione si è rifugiata ai piani alti delle abitazioni. Esondano pure le polemiche: “non è stata data l’allerta, nessuno ci ha avvertito”. L’allerta meteo massima è prevista fino a mezzogiorno di quest’oggi.

Questa è la situazione. Ancora una volta pochi giorni di pioggia bastano a saturare il terreno, ad affogare il territorio troppo fragile, troppo debole. Ancora una volta si piange, si polemizza, si parla, ma non si fa niente. Ancora una volta si privilegiano le “grandi opere”, gli investimenti per salvare le cattedrali nel deserto, le industrie che eruttano morte, e si continua a voler investire sull’edilizia, sul costruire ancora, anziché ristrutturare quello che c’è. Ancora una volta la natura ci presenta il conto. E noi paghiamo in conto di vite spezzate, e di territorio sempre più fragile. E continuiamo a piangere, e a dire che bisogna investire sulla messa in sicurezza del territorio, però non lo facciamo mai. Per quello i soldi mancano sempre. E noi continuiamo a pagare le scelte scellerate che violentano il territorio.

NO ALLE TRIVELLAZIONI IN SARDEGNA


trivellazioni

Legambiente protesta contro le trivellazioni in Sardegna che dovrebbero essere previste dal Decreto “Sblocca-Italia”, decreto per il quale il premier ha dichiarato di voler andare contro le lobby del no. Facendo così gli interessi delle lobby del sì a tutti i costi.

Si parla di lobby che bloccano lo sviluppo, ma intanto quelle “lobby” di cui parlano sono fuori dal parlamento. E’ il Parlamento che deve decidere, e quelle “lobby” ecologiste non possono più legiferare, nè impedire di legiferare. Visto che all’interno del Parlamento c’è solo la lobby del Sì, la lobby del fare, del cementificare, del distruggere l’ambiente per uno sviluppo sbagliato.

Così se la prendono di nuovo con gli ecologisti, con i Verdi, perché non li lasciano lavorare. I verdi strano caso prendono sempre meno dell’1% dei voti, e sono fuori dagli organi decisionali da nove anni. Ma volete dire che i Verdi sono così forti da bloccare il 99% degli altri che vorrebbero fare e sviluppare il Paese? Attenti a credere alle loro parole, a cedere ai loro falsi slogan dello sviluppo. Di chi hanno paura? Di meno dell’1% degli italiani? Non fatevi ingannare dunque.

Ecco che così il decreto “sblocca italia” è aspramente contestato dagli ambientalisti, per via di alcune infrastrutture che vogliono sbloccare. Tra queste dovrebbe esserci, uso il condizionale perché il decreto non è ancora passato e può anche non esserci più, trivellazioni per la ricerca di nuovi giacimenti di idrocarburi, tra la Sardegna e le Baleari.

Legambiente Sardegna, altra lobby del NO da combattere per il governo, dice NO (ma và?) alle trivellazioni. Sempre a dire di no… Il presidente di Legambiente Sardegna ha infatti dichiarato: “Questa classe dirigente sta andando verso il ventunesimo secolo con gli occhi rivolti al secolo passato, nonostante i numeri dimostrino l’assoluta insensatezza di continuare a puntare sul petrolio”. Le informazioni le potrete trovare qui.

Siamo alle solite dunque. Il mancato sviluppo dipende da chi è fuori dal parlamento, fuori dai luoghi decisionali.

SARDEGNA IN FIAMME


fuoco

La Sardegna brucia. L’inferno è scoppiato giovedì. Roghi, quasi certamente di origine dolosa, nell’Oristanese, nel Sulcis e nel Medio Campidano, dove sono stati costretti a far evacuare una comunità per il recupero dei disabili e addirittura un ospedale. Le fiamme sarebbero partite da una pineta e spinte dal vento si sono propagate fino a lambire l’ospedale Sirai, a Carbonia, dove è stato evacuato l’intero reparto di ostetricia e ginecologia. Ad Oristano brucia una parte della Pineta di Torregrande.

Per arginare il rogo sono intervenuti tre elicotteri e un canadair, oltre a decine di Vigili del Fuoco, Forestali e volontari che sono intervenuti a terra. Gli agenti hanno arrestato due piromani. I danni sono al momento incalcolabili, molto ingenti. La Coldiretti sarda ha chiesto lo Stato di Calamità Naturale per i danni subìti dall’agricoltura.

In Sardegna ritorna la triste stagione degli incendi e degli incendiari. Una piaga con cui la Sardegna deve ogni anno fare i conti. Incendi per lo più di origine dolosa si propagano distruggendo migliaia di ettari in pochi giorni. E’ ovvio che una regione ricca di verde come la Sardegna ha bisogno di più mezzi a disposizione per combattere gli incendi. E sono queste le vere grandi opere che possono compiere i governi, le vere infrastrutture che devono “costruire”. Altro che F-35, i cacciabombardieri bloccati addirittura dal governo USA. Qui abbiamo bisogno di ACQUAbombardieri

Foto presa dal sito classmeteo.it

PRIMO ANNIVERSARIO GEZI PARK


sgomberato il gezi park

gezi park

Mi è venuto da definirla “Primavera Turca” la protesta pacifica delle migliaia di giovani che hanno occupato, un anno fa, il Gezi Park, ad Istanbul, in Turchia. Si sono accampati, a suon di musica, falò, tende da campeggio, per difendere il loro unico parco cittadino, unico polmone verde di Istanbul, dal progetto di realizzazione di un enorme centro commerciale e della “più grande” moschea dell’Europa. Progetto che voleva portare avanti a tutti i costi il loro Premier Erdogan. Il quale, per i suddetti progetti megalomani, voleva abbattere i seicento alberi del parco. Una forma di protesta pacifica paragonabile a quella dei Figli dei Fiori negli anni ’70. Ma come sempre arriva la polizia, che carica i manifestanti a suon di spray urticanti, lacrimogeni, cannoni ad acqua.

gezi park                         baci

Poi nei giorni seguenti si è arrivati addirittura a vietare i baci e le effusioni amorose per strada. Per avere pietà dei cuori solitari, invidiosi dei baci degli altri? No, perché questo governo l’amore non sa nemmeno cosa sia. Non ha cuore. Ma i manifestanti hanno continuato a rimanere nel parco e hanno cominciato a baciarsi, per sfidare il governo. E la polizia comincia ad arrestare, a sopprimere, e anche ad uccidere. Ma la resistenza dei turchi è più forte anche delle armi e della morte. Tanto che Erdogan, alla fine, dovrà rinunciare definitivamente ai suoi sogni, ai suoi progetti megagalattici. Oggi in Turchia ricorre il giorno del Gezi Park. Il giorno della memoria, di una vittoria dell’amore e dell’ambiente. Un giorno, una festa che non deve mai finire.

PRIMO MAGGIO: UNA “LOTTA” ETERNA TRA AMBIENTE E LAVORO


primo maggio

Sembra una lotta eterna tra ambiente e lavoro, tra salute e sviluppo, tra inquinamento e difesa dei posti di lavoro. In questo primo maggio vorrei riflettere sullo scontro tra lavoro e ambiente. Da che parte sta la “verità”? Da che parte dobbiamo stare? Perché non si riesce a conciliare l’ambiente con il lavoro?

Acciaierie, centrali e miniere di carbone, raffinerie, la c.d. “chimica verde” (che di verde ha solo il nome), inceneritori, multinazionali che oggi ci sono, e domani scappano con tutti i soldi dei finanziamenti statali ed europei, lasciando malattie, inquinamento, fame, morte. Sono tante le vertenze aperte su questi fronti.

Da una parte c’è chi ci lavora dentro, ci sono gli OPERAI, che hanno sicuramente il diritto di lavorare, e difendono a spada tratta il loro lavoro, con disperazione, con tutte le loro forze. E ne hanno tutto il diritto! Dall’altra parte c’è l’ambiente, che noi difendiamo, e l’inquinamento che producono questi mostri, anche in conto di morti, di malattie, di intere regioni del pianeta mai più abitabili, insanabili. Che tra l’altro Aprile 2014 è stato il mese più inquinato della storia. E noi? Da che parte dobbiamo stare?

L’Italia si è affidata a un modello di sviluppo che ha portato benessere nel breve-medio periodo, ma che nel lungo periodo ha portato disoccupazione, morti, malattie, fame, miseria, disperazione.
Adesso è il momento di cambiare modello di sviluppo, basato sul rispetto dell’ambiente, e sulla sua valorizzazione: fonti rinnovabili, agriturismi, parchi naturali, escursioni e gite in natura, riparazione e valorizzazione dei nostri beni culturali, storici e paesaggistici, che rappresentano la nostra grande bellezza, puntando sul turismo, sulle nostre bellezze, sull’agricoltura, sul Made in Italy, sulla valorizzazione dei nostri prodotti agricoli e delle nostre carni, abolendo la globalizzazione alimentare. Stop alle esportazioni e alle importazioni dagli altri paesi di prodotti che poi vengono spacciati per italiani, danneggiando i nostri produttori.

Bisognerebbe ripensare a questo modello di sviluppo: stop al consumo del territorio per costruire grandi opere: la vera grande opera è la messa in sicurezza del nostro territorio, che si sgretola ogni volta che scende un pò di pioggia; stop al consumio del territorio, alla cementificazione selvaggia, alle concessioni edilizie fin troppo facili: si cambi a un modello che punti sul “riciclaggio” del cemento, restaurando vecchie (e ormai in disuso) abitazioni ed edifici (e fino a quando non saranno restaurate, lasciamo gli abusivi dentro le case abusive, poi trasferiamoli e abbattiamo quelle case); basta inceneritori, ce ne sono già troppi, si dia via libera al riciclaggio, anche creativo, dei rifiuti.
Ma fino a quando non si trovano soluzioni alternative e concrete bisognerebbe “sopportare” questi mostri, lasciarli eruttare e poi bonificare e trasferire i loro operai accompagnandoli nel loro nuovo lavoro, anche attraverso dei corsi di formazione. Affinché il lavoro non manchi davvero mai.

Ma qui siamo in Italia, e queste cose non si vogliono fare. Le mie sono solo proposte inascoltate. E voi da che parte state?

LE GRANDI OPERE CHE FANNO FRANARE IL PAESE


valico

Le grandi opere franano, e al tempo stesso fanno franare l’Italia. Una grande opera in particolare, il viadotto dell’Autosole, A1, all’altezza di Pian del Voglio, frana. E’ scivolata di ben 14 cm rispetto alla sua posizione originale. E le case di Ripoli e Sparvo, due paesi coinvolti nella “grande opera”, scivolano di 4 millimetri al mese.
Dal Novembre 2011 un intero pilone della Variante di Valico si è spostato di 14 centimetri. Le nuove gallerie si sbriciolano sotto il peso di 50 milioni di metri cubi di versante. Le case sono pericolanti, e decine di persone sono già state evacuate.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano)

Grandi opere o grandi disastri? In un Paese dove il terreno è molle come il burro, cosa ci si può costruire?